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Curiosità

Dimenticare i nomi delle persone è normale? Cosa succede davvero nel cervello (e perché capita a tutti)

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R.D.V.

Confondere o dimenticare i nomi delle persone è più comune di quanto si pensi. Ecco cosa dice la psicologia e come migliorare la memoria.

Correva l’anno 2013 quando Emma Marrone, in Dimentico tutto, cantava di dimenticare tutto e tutti: luoghi, facce, persone. Un verso pop che, a pensarci bene, racconta qualcosa che riguarda più o meno chiunque. Perché dimenticare un nome – o peggio ancora confonderlo – è una delle piccole situazioni imbarazzanti della vita quotidiana

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Capita nelle famiglie, per esempio. Nonni che scambiano i nomi dei nipoti (senza che necessariamente ci siano principi di Alzheimer). Genitori che, nel mezzo di una discussione, chiamano un figlio con il nome dell’altro. Ma succede anche in contesti sociali più comuni: incontri qualcuno, ti viene presentato, stringi la mano e dopo trenta secondi il nome è già evaporato.

La sensazione è familiare: il volto è chiaro, la persona la riconosci, ma il nome resta sospeso. E spesso arriva quella frase che tutti hanno pronunciato almeno una volta nella vita: “Ce l’ho sulla punta della lingua”.

Perché dimenticare i nomi è più comune di quanto pensiamo

Secondo diversi studi di psicologia cognitiva, dimenticare o confondere i nomi delle persone è un fenomeno assolutamente normale. La psicologa Samantha Deffler dello York College ha analizzato questo tipo di errori mostrando come siano molto diffusi e, nella maggior parte dei casi, non abbiano nulla a che vedere con un declino cognitivo.

Il cervello umano funziona attraverso associazioni. Quando memorizziamo informazioni, lo facciamo collegandole ad altri concetti già presenti nella memoria. Il problema è che i nomi propri sono, per loro natura, informazioni più “fragili”.

Un nome spesso non ha un significato immediato, non rimanda a un’immagine concreta. È semplicemente un’etichetta. Ed è proprio questa caratteristica che rende i nomi più difficili da ricordare rispetto ad altri elementi legati alla stessa persona.

Il paradosso Baker/baker: perché ricordiamo il mestiere ma non il nome

Un esperimento condotto negli anni Ottanta ha reso molto chiaro questo meccanismo. Gli studiosi lo chiamano paradosso Baker/baker.

Nel test veniva mostrato il volto di una persona. Ad alcuni partecipanti veniva detto che il suo cognome era Baker; ad altri veniva invece detto che faceva il baker, cioè il fornaio.

Il risultato è curioso ma significativo: le persone ricordavano molto più facilmente che quell’uomo era un fornaio piuttosto che il suo cognome Baker.

Il motivo è semplice. La parola “fornaio” attiva immediatamente immagini e associazioni mentali: il pane, il forno, la bottega, l’odore della farina. Il cognome Baker, invece, resta una semplice informazione isolata.

Il cervello, in altre parole, lavora meglio quando può agganciare un ricordo a qualcosa di concreto.

Confondere i nomi, soprattutto tra persone della stessa famiglia, è un fenomeno ancora più curioso. È la situazione classica in cui una madre chiama un figlio con il nome dell’altro.

Secondo diversi studi sul linguaggio e sulla memoria, in quei momenti il cervello non “dimentica” davvero il nome corretto. Piuttosto attiva automaticamente un gruppo di nomi che appartengono alla stessa categoria emotiva: i figli, i familiari, le persone più vicine.

È come se la mente aprisse un cassetto giusto, ma pescasse il file sbagliato.

Un’altra causa molto frequente è la scarsa attenzione nel momento della presentazione. Uno studio dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha evidenziato come spesso il problema nasca semplicemente dal fatto che, quando qualcuno ci dice il suo nome, la nostra mente è già altrove.

Pensieri, rumori, contesto affollato: basta poco perché l’informazione non venga davvero registrata.

R.D.V.

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