Perché più fatica facciamo, più crediamo che ne valga la pena: la scoperta di Stanford su dopamina e scelte irrazionali

Uno studio pubblicato su Nature spiega perché lo sforzo aumenta il valore percepito: il ruolo di dopamina e acetilcolina nel cervello.

C’è qualcosa di profondamente irrazionale nel modo in cui valutiamo le cose. Non è solo una sensazione: è un dato di fatto. Fare la fila per ore per un concerto, pagare un oggetto più di quanto varrebbe, insistere su una scelta anche quando è evidente che non conviene più. Dal punto di vista economico non ha senso. Eppure continuiamo a farlo. Non perché siamo distratti, ma perché il nostro cervello funziona così.

Perché fare più fatica ci dà una ricompensa migliore?

Perché più fatica facciamo, più crediamo che ne valga la pena: la scoperta di Stanford su dopamina e scelte irrazionali
– reggionelpallone.it

Che questa tendenza avesse radici biologiche era un sospetto diffuso. Oggi, però, una ricerca della Stanford Medicine, pubblicata su Nature, offre una spiegazione precisa. Il meccanismo coinvolge due sostanze chiave: dopamina e acetilcolina. È la seconda a giocare un ruolo decisivo: amplifica il rilascio della prima nel momento in cui otteniamo qualcosa per cui abbiamo faticato. Tradotto: più sforzo facciamo, più il cervello ci ricompensa, aumentando la sensazione di valore.

Il ruolo della dopamina e il circuito dello sforzo: ecco come funziona

Lo studio, pubblicato il 28 gennaio su Nature, entra nel dettaglio del processo. Quando compiamo uno sforzo per ottenere una ricompensa, alcune cellule del nucleus accumbens — area cerebrale legata alla motivazione e al sistema di ricompensa — rilasciano acetilcolina. Questa sostanza si lega ai neuroni dopaminergici e ne potenzia l’attività proprio nel momento in cui la ricompensa arriva. Il risultato è misurabile: maggiore è lo sforzo richiesto, maggiore sarà il picco di dopamina e, di conseguenza, maggiore il valore che attribuiamo a ciò che abbiamo ottenuto.

La base sperimentale parte da uno studio precedente, del 2023, condotto dallo stesso gruppo di ricerca. In quel caso i protagonisti erano topi chiamati a “pagare” uno sforzo per ottenere acqua zuccherata: inserire il muso in un foro molte volte oppure affrontare lievi scariche elettriche. Prima si è osservato quanto consumassero quando la ricompensa era gratuita; poi il “prezzo” è stato aumentato. Il dato è stato chiaro: all’aumentare dello sforzo cresceva il rilascio di dopamina. Non contava soltanto la dolcezza dell’acqua, ma quanto era costato ottenerla.

Quello che mancava era il tassello intermedio: cosa trasformasse lo sforzo in un segnale chimico più potente. La risposta è arrivata con il nuovo studio: l’acetilcolina agisce come moltiplicatore del sistema di ricompensa.

Il quadro che emerge è meno romantico di quanto vorremmo. Il nostro cervello non valuta il valore in modo neutro: lo costruisce. Lo adatta. Lo modella sulla base dell’investimento fatto. È un meccanismo antico, evolutivo, probabilmente indispensabile in contesti di scarsità. Ma nel mondo contemporaneo — dove l’accesso alle risorse è spesso immediato e le scelte sono infinite — può diventare un fattore di distorsione.

In altre parole, quando insistiamo su qualcosa solo perché ci abbiamo già speso tempo, energie o denaro, non stiamo semplicemente difendendo una decisione. Stiamo seguendo un circuito biologico che lega dopamina, acetilcolina e apprendimento delle abitudini. È una forma di coerenza chimica più che logica. E, proprio perché affonda le radici in un meccanismo primitivo, è difficile da scardinare.

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