Respiriamo male (e non ce ne accorgiamo): perché l’aria che ignoriamo incide più di quanto pensiamo

Aria chiusa, CO2, respiro superficiale: cosa succede ai polmoni secondo lo pneumologo Kai-Michael Beeh e come migliorare davvero.

Del cuore si parla spesso. Lo ascoltiamo, lo controlliamo, lo temiamo. I polmoni, invece, restano sullo sfondo. Lavorano in silenzio, senza clamore. E forse proprio per questo tendiamo a ignorarli. Eppure la qualità dell’aria che respiriamo – soprattutto quando passiamo molte ore al chiuso – incide più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Cosa fare per salvaguardare i polmoni
Respiriamo male (e non ce ne accorgiamo): perché l’aria che ignoriamo incide più di quanto pensiamo – reggionelpallone.it

Lo spiega con chiarezza lo pneumologo e ricercatore tedesco Kai-Michael Beeh in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung: quando si trascorre molto tempo in ambienti chiusi, aumenta la concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’aria. E se la CO2 cresce nell’ambiente, cresce anche quella che finisce nel nostro sangue. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È una questione quotidiana, concreta.

Chiunque abbia lavorato per ore in una stanza senza aerazione lo sa: a un certo punto arriva quella sensazione di testa pesante, di attenzione che cala. Aprire una finestra, anche solo per pochi minuti, cambia tutto. L’aria si muove, la mente si alleggerisce, il corpo sembra riattivarsi. Non è suggestione. È fisiologia.

Il respiro superficiale che non notiamo

C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma altrettanto importante. Quando restiamo seduti a lungo alla scrivania, il nostro respiro diventa più superficiale. Il torace si muove poco, il diaframma lavora meno, entra meno aria nei polmoni. È anche per questo che sbadigliamo più spesso: lo sbadiglio è un tentativo spontaneo del corpo di aumentare l’apporto di ossigeno, di “forzare” un’inspirazione più profonda.

Non è solo una questione di quantità di aria, ma di qualità dello scambio respiratorio. Un respiro corto e superficiale non permette una ventilazione ottimale delle parti più profonde dei polmoni. E nel lungo periodo questo atteggiamento – perché di atteggiamento si tratta, quasi posturale – diventa un’abitudine.

Beeh sottolinea anche un altro punto che riguarda chi vive in città: la qualità dell’aria esterna non è sempre un’alternativa ideale. Per compensare l’inquinamento urbano, consiglia di evitare le strade principali quando possibile e di cercare spazi verdi. I boschi, ad esempio, offrono un’aria più pulita e ricca di particelle naturali meno irritanti per le vie respiratorie. Il mare, con la sua aria salmastra, può avere un effetto benefico: l’elevata salinità contribuisce a fluidificare il muco e a liberare le vie aeree.

Non si tratta di ricette miracolose. Piuttosto di piccoli correttivi. Uscire, camminare, cambiare ambiente. E soprattutto muoversi. Qualsiasi attività fisica che acceleri la respirazione rappresenta un allenamento per il diaframma e per i muscoli respiratori. Respirare più intensamente, in modo controllato e naturale, aiuta anche a espellere più rapidamente le impurità che si depositano nelle vie aeree.

Forse il punto è proprio questo: ricordarci che respirare non è un atto scontato. È automatico, sì. Ma non per questo irrilevante. Passiamo gran parte delle nostre giornate in ambienti chiusi, davanti a uno schermo, con finestre sigillate per il freddo o per il rumore. E intanto i polmoni si adattano, fanno il loro lavoro, spesso in condizioni non ideali.

Aprire una finestra non risolve tutto. Andare al mare non è sempre possibile. Ma essere consapevoli sì. Fermarsi un attimo, fare un respiro profondo – uno vero, lento, che scende fino all’addome – può sembrare un gesto minimo. In realtà è un promemoria: l’aria che ignoriamo è la stessa che ci tiene in piedi.

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