I cibi bruciati sono davvero cancerogeni? Ecco cosa accade a livello chimico e biologico quando il cibo viene cotto troppo.
Si sente dire spesso che i cibi bruciati fanno male, che siano potenzialmente cancerogeni e che vadano evitati. Non è una credenza popolare né un allarmismo generico: dietro questa raccomandazione c’è una base scientifica solida, fatta di reazioni chimiche ben documentate e di studi epidemiologici che hanno messo in relazione la cottura eccessiva con un aumento del rischio di alcune forme di tumore.
Quando un alimento viene cotto male o esposto a temperature troppo elevate, soprattutto oltre i 120 gradi, si innescano una serie di processi che portano alla formazione di composti potenzialmente dannosi. Tra questi, i più studiati sono l’acrilammide, le ammine eterocicliche (HCA), gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e le nitrosammine. Non si tratta di sostanze “estranee” introdotte dall’esterno, ma di prodotti che nascono direttamente durante la cottura, in particolare quando il cibo viene bruciato o carbonizzato.
Ogni alimento reagisce in modo diverso al calore. Le ammine eterocicliche si sviluppano soprattutto nella carne, in particolare quando viene grigliata o arrostita fino a formare una crosta scura. L’acrilammide, invece, si forma negli alimenti ricchi di amido – come pane, patate e prodotti da forno – quando vengono cotti ad alte temperature. Le nitrosammine sono tipiche delle carni lavorate e tendono a emergere durante la frittura o la cottura intensa, mentre gli IPA si sviluppano quando i grassi colano sulla brace producendo fumo, che poi si deposita sull’alimento.
Una volta ingerite, queste sostanze non restano “inermi”. Subiscono un processo di attivazione metabolica all’interno dell’organismo, durante il quale possono danneggiare il DNA delle cellule, favorendo mutazioni e aumentando lo stress ossidativo. È proprio questo meccanismo a spiegare il legame tra consumo frequente di cibi molto bruciati e aumento del rischio oncologico.
La letteratura scientifica ha più volte associato l’assunzione abituale di cibi bruciati a un aumento del rischio di tumori dell’apparato digerente, in particolare colon-retto, stomaco ed esofago, ma anche pancreas e prostata. Non si parla di un consumo occasionale, bensì di un’esposizione ripetuta e costante nel tempo.
Uno studio pubblicato nel 2013 sul World Journal of Gastroenterology ha evidenziato un aumento del 30% del rischio di cancro esofageo associato al consumo di carni lavorate bruciate. Un’altra ricerca, apparsa nel 2014 sulla rivista Cancer Epidemiology, ha messo in luce un dato ancora più significativo: il consumo quotidiano di carni molto ben cotte alla griglia o arrosto è stato associato a un aumento dell’80% del rischio di linfoma.
Oltre al profilo oncologico, i cibi bruciati presentano anche altri svantaggi. Sono più difficili da digerire e contengono molti meno nutrienti essenziali. Vitamine, acidi grassi e composti bioattivi sono particolarmente sensibili al calore e vengono in gran parte distrutti da una cottura eccessiva. Il risultato è un alimento impoverito dal punto di vista nutrizionale e potenzialmente più aggressivo per l’organismo.
Per questo motivo, le linee guida nutrizionali suggeriscono di evitare la carbonizzazione e di preferire metodi di cottura più delicati, che permettano di cuocere bene gli alimenti senza spingerli oltre il limite. Non è una rinuncia al gusto, ma una scelta di equilibrio tra piacere e salute.
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